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(VIDEO) L’Alto Piemonte vitivinicolo in evidente costante crescita

Scritto da Redazione Sabato, 29 Feb 2020 - 0 Commenti

L’Associazione Italiana Sommelier Piemonte, presso la sua sede di Torino, ha proposto una manifestazione dedicata al nebbiolo del Monte Rosa. Protagonisti i vini prodotti alle pendici di questa montagna dove i vigneti dal versante

I sommelier piemontesi dell’AIS hanno organizzato nella sede del capoluogo regionale l’edizione 2020 della rassegna dedicata ai nebbioli dell’Alto Piemonte, denominata “Il Nebbiolo del Rosa”, occasione per fare, o approfondire, la conoscenza con vini dal ricco passato, che stanno recuperando il posto che spetta loro nel mondo dell’enologia nazionale, e prodotti in un territorio che merita di essere visitato per la sua struggente bellezza. 

La profondità delle radici storiche dei vini dell’Alto Piemonte è testimoniata dal vasto numero di denominazioni d’origine presenti sul territorio. 

"Un sorso di Gattinara. Purché vero, Si intende, non chiedo di più!"

Così scriveva Mario Soldati in un racconto dedicato ai luoghi piemontesi a lui cari. Il Gattinara è un vino di antiche origini, I cui vigneti furono impiantati dai romani nel II secolo a.C. Gattinara sorge dove il proconsole Quinto Lutazio Catulo sacrificò alle divinità le spoglie di guerra dei Cimbri, vinti nell'estate del 101 a.C. nei pressi di Vercelli. Nel 1518, il cardinale Mercurino Arborio, marchese di Gattinara e Cancelliere di Carlo V, presentò il vino alla Corte del Re di Spagna, facendolo conoscere alla nobiltà europea e offrendolo quale efficace mezzo di trattativa diplomatica. 

L’origine del Ghemme risale al IV-V millennio a.C.; è prodotto sui rilievi collinari posti lateralmente al fiume Sesia. Si narra che, in epoca romana, la produzione di questo vino fosse tale che la città di Agamium, ora Ghemme, aveva come simbolo un grappolo d'uva ed un mazzo di spighe di grano. Celebrato da Fogazzaro in "Piccolo mondo antico". 

Già nel 1300 il cronista novarese Pietro Azario definì il Boca "rinomato sin dall'antichità", mentre numerose testimonianze citano forniture di Boca alle armate spagnole che dal Piemonte si spostavano per occupare la Lombardia.

Il Bramaterra è prodotto nel territorio di sette comuni della zona collinare limitrofa al parco naturale delle Baragge, protetta dal Monte Rosa. Pare che la sua origine sia dovuta ai servi della gleba che, divenuti liberi, si stabilirono in quel territorio e coltivarono la vite. Il nome Bramaterra compare, per la prima volta, in una pergamena del 1447: era anche chiamato "Vino dei Canonici" in quanto particolarmente gradito alla curia vercellese.

Anche il Fara era molto apprezzato da abati, vescovi e signori che, in età medievale, si dedicavano alla coltura dei suoi vitigni non solo per fini liturgici, ma anche per assicurarsi una rendita indispensabile al sostentamento delle loro comunità. 

Fu con il vino Lessona che Quintino Sella, illustre statista e più volte ministro, brindò al primo governo dell'Italia unita.

Il Sizzano era già amato da Camillo Benso Conte di Cavour, che ne paragonò il bouquet a quello del celebre Borgogna, e che lo abbinava alla finanziera, uno dei piatti tipici piemontesi.

 

I vini dell’Alto Piemonte provengono da un territorio molto particolare. 180 milioni di anni fa, un supervulcano esplose con una violenza tale da modificare per molti anni il clima del pianeta. La sua caldera coincide con le valli dei fiumi Sesia e Sessera, tra le province di Novara, Vercelli e Biella. 50 milioni di anni fa la placca africana si scontra con quella europea dando origine alle Alpi.

A seguito dello scontro, l’intera struttura sommersa dell’antico supervulcano viene proiettata in superficie, assumendo un andamento orizzontale.

A partire dagli anni ’80, il geologo triestino Luciano Sinigoi con il collega americano James Quick iniziano a percorrere l’Alta Valsesia, fino a quando, presso il paese di Balmuccia, dove ancora si possono rintracciare i segni dello scontro tra le placche, ad una attenta verifica della parete a strapiombo striata di nero di una modesta montagna, i due studiosi restano colpiti perché la parete ha l’aspetto del mantello terrestre, che dovrebbe trovarsi 22 km sottoterra, e non in superfice. È la scoperta del supervulcano fossile della Valsesia.

E’ necessario raccontare, anche se in breve, la vicenda del supervulcano per descrivere al meglio il territorio vinicolo conosciuto come Alto Piemonte. Quando si parla di Nebbiolo, forse il più celebre vitigno autoctono italiano, la mente corre ai rossi delle Langhe che si sono conquistati una meritata celebrità a livello mondiale, con le denominazioni Barolo e Barbaresco. Pochi sanno che l’Alto Piemonte presentava a inizi ’900 una superficie vitata non meno estesa e non meno importante delle Langhe. Anche qui si coltivava il Nebbiolo, conosciuto con il nome di Spanna. 

Le malattie della vite prima e l’industrializzazione in seguito spopolarono però le campagne, facendo precipitare la produzione, sia sul piano quantitativo che qualitativo. Da alcuni anni un pugno di produttori, di dimensioni che vanno dal piccolo al microscopico, ha fatto sì che questi grandi vini siano tornati a esprimere tutto il loro potenziale qualitativo e organolettico, al punto da portarli a competere direttamente con i più titolati nebbioli basso-piemontesi. Con una caratteristica specifica: un impareggiabile legame con il territorio, che si ritrova puntualmente negli aromi e nei sapori.

Ciascuna denominazione dell’Alto Piemonte presenta caratteristiche proprie e inconfondibili, ma due sono le caratteristiche principali che le accomunano, entrambe derivate dal terreno vulcanico su cui hanno in seguito operato i ghiacciai: la spiccata mineralità dell’impianto olfattivo e la spiccata impronta sapida, che opera in sinergia con l’acidità, rendendo i vini eleganti, profondi e saporiti, molto adatti agli abbinamenti gastronomici. Oltre a quelli scontati con carni rosse e selvaggina, le annate più giovani, di beva più semplice, con il termine “semplice” da interpretare per le basi da nebbiolo, se si ha il coraggio di osare, possono garantite piacevoli sorprese anche se abbinate a piatti meno complessi. Ma la qualità dei vini dell’Alto Piemonte si esprime al meglio quando si degustano bottiglie con anni, se non decenni, sulle spalle, in quanto raggiungono una ricchezza che ha pochi riscontri, anche nei più blasonati cugini di Langa.

L’edizione 2020 de “Il Nebbiolo del Rosa” è stata anche occasione di sondaggio degli umori dei produttori sul futuro che potrebbe interessare il territorio dell’Alto Piemonte.

C’è piena consapevolezza delle potenzialità vinicole, turistiche e culturali della zona, ma è palese l’assenza di un coordinamento o di una visione condivisa. A mio parere le dimensioni, spesso ridotte, dei produttori non aiutano la ricerca dello scenario condiviso. Però, non deve essere sottovalutata la più recente, rispetto ai cugini del basso Piemonte, ripartenza dell’interesse degli appassionati verso i vini, e di conseguenza verso il territorio, che non ha ancora trainato l’intero comparto enoturistico verso target più ambiziosi. 

Sempre a mio parere, un più deciso ruolo nella ricerca dello scenario condiviso dovrebbe essere assegnato al Consorzio di Tutela, che già svolge egregiamente il suo ruolo di promozione. 

In conclusione, il mio consiglio personale agli appassionati, spesso focalizzati nelle loro preferenze sui Nebbioli provenienti dalle denominazioni maggiori del Piemonte: non sottovalutate i vini dell’Alto Piemonte, a torto identificati come minori, perché riservano sorprese. 

Paolo Manna

Foto di Marco Campeotto Fotografo