Territorio & Eventi

Turismo nel Paesaggio Rurale italiano: i magnifici scenari delle Langhe

Scritto da Redazione Martedì, 11 Ago 2020 - 1 Commenti

Un viaggio alla scoperta delle Langhe è un tuffo nella cultura del cibo e non solo, nella poesia, ma anche nella storia.

Un mare di colline da esplorare, paesaggi stupendi e vino buono – c’è chi dice il migliore del mondo, o almeno d’Italia –, borghi e castelli, che da soli, forse, non bastano a farne una terra così impregnata di vita misteriosa.

Terra mitica e misteriosa, appunto, terra delle “masche”, maschere, elemento importante dell’immaginario contadino piemontese, spiriti notturni o fantasmi, in ogni caso presenze inquietanti raffigurate sui muri di casolari abbandonati. 

Colline della festa e della fatica, si possono conoscere e visitare attraverso varie chiavi di lettura. La più immediata è quella che tocca le cantine e le enoteche, forse la più scontata.

Sarebbero tanti i luoghi da raccontare, i castelli da visitare, le botteghe dove lasciarsi lusingare, le osterie dove resistono ancora i sapori antichi e genuini, grazie alle mani sapienti di cuochi leggendari o di donne che ai fornelli hanno dedicato la loro vita, che continuano ad offrire agnolotti e tajarin “come una volta”.

“Se vuoi respirare erba e sole, le stagioni bianche e quelle celesti, se vuoi sentire l’odore dell’uva sotto la luna, il calore dell’estate quando le lucertole gonfiano il ventre con la bocca spalancata dall’arsura, se vuoi rinascere ogni primavera con le primule e i mughetti, se vuoi riposare nei colori dell’autunno, steso in un prato appena rasato, vieni sulle Langhe”.

Partendo da questo poetico tratteggio di Davide Lajolo, scrittore della Langa, vi accompagno in questo romantico viaggio, tra poesia e luoghi da favola.

Un viaggio alla scoperta delle Langhe è un tuffo nella cultura del cibo e non solo, nella poesia, ma anche nella storia.

Le Langhe sono un territorio o sub-area geografica del basso Piemonte, situato tra le province di Cuneo e Asti, costituito da un esteso sistema collinare, delimitato dal corso dei fiumi Tànaro, Belbo, Bòrmida di Millesimo e Bòrmida di Spigno e confinante con l'Astesana, il Monferrato e il Roero.

Senza andare troppo lontani nel tempo, questo lembo del basso Piemonte, accarezzato dal marin, la brezza calda  e salutare per gli acini che arriva dalla vicina Liguria, era ancora una terra povera che cercava la via dell’agiatezza nella poca industria e nell’artigianato.

La crescita della produzione vinicola e del turismo enogastronomico è fenomeno recente, di trent’anni fa circa. Inoltre, Alba, capitale delle Langhe, poteva contare su un prodotto di eccezione, il tartufo bianco, il magnatum pico, dall’aroma intenso e penetrante e dai supposti poteri afrodisiaci.

Oggi, “navigare” nel mare di queste meravigliose colline significa immergersi in un territorio punteggiato da antiche chiese e monasteri, da abbazie e da castelli, perché complesse e mai pacifiche furono  le vicende che riguardarono i Del Carretto, gli Incisa, gli Spinola, i Doria, che occuparono in epoche successive le Langhe, finché proprietario ne divenne il regno di Sardegna.

Se da Alba si sale verso Diano, nelle limpide giornate di sole, la strada regala una vista impareggiabile sui castelli di Grinzane, Serralunga, Castiglione Falletto, Barolo e all’orizzonte i contorni di confine dell’Appenino ligure.

Una sosta obbligata è Grinzane Cavour, un borgo che vive all’ombra del suo castello, che ospita la più antica enoteca del Piemonte e che domina, dall’alto, i vigneti che danno il re dei vini, il Barolo, il vino dei re. Qui visse, a partire dal 1832, il conte Camillo Benso conte di Cavour, sia per amministrare le terre e i vini di famiglia sia per sbollire gli istinti liberali. 

Serralunga è da menzionare anche perché nel suo territorio si trovano le Tenute e le Cantine di Fontanafredda, volute nel 1878 dal figlio di Vittorio Emanuele II. Proprio tra queste colline si consumò, infatti, l’amore tra il Re e Rosa Vercellana, la “bela Rosin”, figlia di un capostazione di diligenze di Moncalvo.

Da qui i campi coltivati, gli alberi di nocciolo, i boschetti di betulle sfumano dolcemente nei vigneti a perdita d’occhio che seguono i declivi del terreno fino a La Morra. Il paesaggio diventa accattivante: si attraversano ordinati vigneti di Nebbiolo, Barbera e Dolcetto, e dopo alcuni pittoreschi tornanti affacciati su questo Paradiso, si raggiunge il belvedere di La Morra, una balconata con incantevole vista sulle terre del Barolo, da dove si può davvero ammirare l’armonia che lega l’uomo alla terra e quanto la mano dell’uomo sia stata importante per raggiungere questa perfezione.

Giusto per restare in tema, si consiglia una visita al Museo Renato Ratti dei vini di Alba, che consente di fare un’interessante e suggestiva immersione nel mondo dell’enologia langarola.

Dislocato nella suggestiva abbazia romanico-barocca dell’Annunziata, il Museo racconta, attraverso una collezione di utensili (antichi contenitori, serie di bottiglie, strumenti di misura, aratri in legno, torchi in legno, una botte antica costruita scavando un tronco d’albero) e interessantissimi documenti, la storia del “fare vino” nelle Langhe, sottolineandone l’importanza  culturale, sociale ed economica per il territorio.

Una piccola deviazione tra spettacolari filari di Nebbiolo, una manciata di cascine, per vedere la Cappella del Barolo, di proprietà Cantina Ceretto, una pennellata di colori forti, sulla collina di Brunate. Mai consacrata, opera di due artisti anglosassoni – Tremlett e Le Witt – è considerata un’immagine simbolica delle Langhe di oggi.

Il paesaggio è davvero straordinario, tutta un saliscendi di strade e sentieri che si incrociano, ad ogni  curva, tra un filare e l’altro, si aprono scenari da favola, che a seconda della stagione offrono colori inattesi ma convincenti, dal verde smeraldo delle foglie nuove al rosso arancio autunnale, in contrasto con la terra bruna che ricorda fatiche di uomini appassionati. 

Si è colti da un fascino agreste che parla di serenità, qui si respira aria di vita genuina, rimasta legata ai ritmi della campagna, alla necessità del raccolto, alla cura meticolosa delle vigne e dei campi.

E sui bricchi che guardano il cielo svettano borghi antichi, immutati, raccolti attorno alla torre o al campanile della parrocchia, come una nidiata di pulcini attorno alla chioccia.

L’autunno, quando i colori della tavolozza dei vigneti si riempiono di rosso e arancio, è il tempo migliore per scoprire queste lingue di terra ricche di sapori e di profumi. È questo il momento in cui entra in scena l’eccellente gastronomia: tartufi e vini di livello mondiale. Su tutti il Barolo e il Barbaresco, figli regali del Nebbiolo, il più antico vitigno autoctono a bacca nera del Piemonte, uno tra i più nobili e preziosi d’Italia.

Riprendiamo il nostro viaggio tra queste colline profumate e, attraverso panorami geometrici sorprendenti, arriviamo a Barolo. Un’infilata di tetti rossi, in una conca meravigliosa, esposta al sole e protetta dal vento, ecco che ci viene incontro, in posizione strategica, il Castello Falletti del XIV secolo, che racconta storie di apparentamenti nobili tra la Marchesa Giulia Colbert de Maulévrier e Carlo Tancredi Falletti. Con la complicità e competenza dell’enologo francese Louis Oudart, nacque il Barolo moderno, dal sapore intenso e dal bouquet aromatico  

Le cantine del Castello ospitano l’Enoteca Regionale e, dal 2010, alcuni spazi del maniero sono destinati al WiMu, il Museo del Vino, che racconta, in modo poetico, il rapporto tra l’uomo e il vino. Un museo innovativo tra i più importanti al mondo, un viaggio emozionale, suggestivo e culturale nel mondo del vino, che si sviluppa dalla terrazza-belvedere alle cantine.

Dalla collina preziosa di Barolo si possono intraprendere itinerari diversi, costeggiando un mare di vigneti, anfiteatri di filari allineati. Qui la natura ha lasciato il segno già milioni di anni fa, creando, a partire dal Golfo Padano, depositi di marne calcaree e di sabbie, di argille miste a sabbia finissima.

Il Barolo che se ne ricava ha caratteristiche diverse a seconda della tipologia dei terreni. I contadini dicono che qui la terra è forte, dura da coltivare e le proprietà del vino mutano a seconda dell’esposizione del vigneto rispetto al sole, dell’altimetria, della composizione del terreno, del passaggio dei venti, del grado di umidità d’estate e dell’abbassamento della temperatura d’inverno.

“La vite ama le colline aperte” dicevano gli antichi, “soprattutto i versanti sui quali le nevi se ne vanno per prime”, ed ecco, allora, il Barolo elegante, dal profumo spiccato e intenso delle colline tra Barolo e La Morra, e il Barolo più robusto e pieno, più longevo di Serralunga o di Monforte.

E allora intraprendete le strade che portano a Monforte d’Alba, a Serralunga, a Castiglione Falletto, circondati dai filari e colpiti dalle emozioni del paesaggio: può sembrare incredibile, ma qui l’uomo è riuscito addirittura a perfezionare la bellezza delle colline, con il disegno elegante delle vigne che rendono unico questo territorio, dove il noccioleto compare in macchie che rendono la vista ancora più affascinante.

Tra queste curve si parla tedesco, inglese, americano, olandese, svizzero… i nuovi vignaioli ormai sono di casa in California, in Cile, in Sud Africa, in Australia, girano il mondo, portano e ricevono il grande sapere del vino. I grandi nomi delle Langhe non invidiano più nessuno degli antichi ambasciatori del vino, soprattutto toscani, Antinori, Frescobaldi: qui le loro cantine sono i nuovi castelli. Qui si degusta in cubi di vetro sospesi nel vuoto, attorniati da una meraviglia infinita.

Ma dall’altra sponda del Tanaro una torre millenaria svetta a dominare un’altra bellezza, quella delle colline di Barbaresco, arrotondate e gentili. Si può raggiungere lasciandosi alle spalle i tetti rossi di Alba e le eleganti torri signorili. Ville e giardini cedono il passo alle vigne di San Rocco Seno d’Elvio, punta meridionale del piccolo triangolo che delimita le terre del Barbaresco. Superata la storica Osteria Italia, si risale la collina tra vecchi noccioleti, pioppi, canne e improbabili pini marittimi aggrappati a balze di tufo.

Marne bianche e un ordinato susseguirsi di filari e nitide geometrie formano anfiteatri plasmati in ogni angolo dalla mano dell’uomo. Seguite i sentieri scavati nel tufo, alcuni dalle pendenze impossibili, sono i sentieri dei trifulao, i preziosi cercatori di tartufo. Vi troverete in un paesaggio lontano dalla modernità, immersi in un microcosmo a misura della civiltà contadina d’un tempo.

Siamo attorniati dal fascino di Treiso, dove convivono felicemente un paio di chiese, il Comune, tre osterie e un ristorante stellato.

Una straordinaria scenografia si apre davanti agli occhi, tra la Langa del Barolo ed il Roero, meravigliosa terra di mezzo, patria di un bianco, l’Arneis, orgoglio di decine di viticoltori tenaci e lungimiranti. Il fondale è il bianco-azzurro della spettacolare corona delle Alpi.

Attraversata la frazione Tre Stelle, centro geometrico della piccola costellazione del Barbaresco, in bilico su un crinale, tra i più pittoreschi della Langa, tra le insegne delle rinomate cantine locali, si raggiunge il borgo, arroccato su una collina allungata e rotonda, come la prua di una nave che solca un mare di vigne, la cui bellezza diventa indescrivibile.

E per difendere l’abitato dai Saraceni, attorno all’Anno Mille fu eretta la Torre, che domina il paesaggio al di là del Tanaro, il Roero, ed il Monferrato a Nord.

Una posizione strategica, in un equilibrio perfetto di architetture, di forme e di colori. L’antico castello, del Settecento, in mattoni, due logge ad arco, ampi saloni e preziose cantine sotterranee, appartiene oggi alla famiglia Gaja, dove l’innovatore coraggioso Angelo, continua a scrivere, con successo in tutto il Pianeta, quel “romanzo enologico” iniziato dalla sua dinastia nel lontano 1859.

Da visitare, all’interno della chiesetta di San Donato, l’Enoteca Regionale del Barbaresco con decine di etichette superlative.

A questo punto, si imbocca la strada per Neive, pochissime curve, tra filari disposti sapientemente paralleli e perpendicolari, che si incontrano lontani, che danno modo al Nebbiolo, vitigno nobile e difficile, esigente di grandi esposizioni soleggiate, di esplodere rigoglioso. Ma qui è anche terra di Dolcetto, Barbera e, infine, Moscato, una propaggine verso la Valle Belbo. Consigliata una deviazione.

Un centro storico, quello di Neive, intimo e aristocratico: palazzi sei-settecenteschi, residenze di antiche famiglie nobili, case addossate l’una all’altra che si arrampicano a spirale verso la sommità, dove la Torre dell’Orologio del 1200 è ancora lì ad avvistare, ma stavolta un paesaggio infinito, una bellezza che ti lascia senza fiato. Esci da una delle due porte ad arco, che consentivano l’ingresso all’antico ricetto, accarezzato da un alone di felicità.

Ma non puoi lasciare questi luoghi senza avere assaggiato quella grappa antica distillata nel vecchio alambicco di rame, sin dal 1925, da Serafino Levi: la “Grappa della Donna Selvatica che scavalca le colline”. 

È anche una bellissima storia che parte, appunto, da questa figura di Langa, la  Donna Selvatica, forte, indipendente, fiera, autonoma, che vive in stretto contatto con la natura e i suoi segreti, figlia delle difficoltà e delle gioie, degli stenti e delle ricchezze spirituali della vita contadina immutata nel tempo.

Ripresa da Romano Levi, il Grappaiolo Angelico, figlio di Serafino, nei primi anni Sessanta, la Donna Selvatica continua a vivere, nelle sue originali e poetiche etichette disegnate a mano, a raccontare storie di contadini di Langa, frutto di ricordi d’infanzia lontana “da ragazzino andavo a scuola a piedi, attraversando le colline e le vigne. Tra i filari c’erano spesso i ciabòt, minuscoli ripari attrezzati dove i vignaioli e i contadini si rifugiavano nel caso la sera li sorprendesse una tempesta o se la mattina c’era da stare in vigna prima del sole. Io passavo di lì al mattino e a volte vedevo sbucare da questi ripari donne belle e scarmigliate, un po’ pazze, solitarie, che vivevano spesso ai margini della società paesana. Erano misteriose, senza vincoli, sparivano e poi tornavano, un po’ streghe e un po’ fate. Erano libere, come dovrebbero essere tutte le donne per vivere la parte migliore della vita”.

È la Poesia delle Langhe che scavalca le colline.

Reportage a cura di Andrea Di Bella