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Tartufo d’Alba, Astigiano, delle Rocche del Roero...

Scritto da La redazione Sabato, 1 Feb 2020 - 0 Commenti

Riceviamo da Davide Palazzetti, esperto in marketing territoriale, un suo commento su quanto da noi pubbicato in merito all’esternazione del Senatore Perosino sul tema denominazioni del tartufo.

Caro Direttore, leggendo, ieri, l’esternazione del Senatore Perosino sul tema denominazioni del tartufo, in discussione in Commissione Agricoltura del Senato, prima di tutto una rassicurazione, al Senatore: non è il solo preoccupato, non è il solo che “non può tacere” (https://langheroeromonferrato.net/perosino-fi-non-posso-tacere-insensato-che-il-tartufo-bianco-dalba-perda-la-dicitura-di-alba).

Dall’intervista parrebbe cambiare poco rispetto alla legge del 1985 in modifica, io spero invece accada: nell'elenco delle specie citate il tuber magnatum pico era e potrebbe essere chiamato Tartufo bianco pregiato oltre che Tartufo bianco del Piemonte o di Alba e Tartufo bianco di Acqualagna. Per meri motivi commerciali e di interesse localistico, da noi si è sviluppata la denominazione ( con la d minuscola, è importante) albese, scordandosi l'alternativa, suggerita al tempo dal legislatore, di Piemonte. 

Nelle apparenti intenzioni, per come descritte da Perosino, tutti i tartufi bianchi d'Italia potrebbero doversi chiamare Tartufo bianco d'Alba. Come chiamare Barolo tutto il vino rosso italiano invecchiato almeno tre anni in botti di legno.

Credo sia poco probabile che la proposta del Tartufo d'Alba nazionale vada in porto, sicuramente in contrasto con la normativa europea e assente di alcun rispetto delle varie e reali origini. Più probabile che si andrà verso una denominazione nazionale tipo Tartufo Bianco italiano suddivisa in diverse IGT.

Mi auguro comunque, in fase d'approvazione, saranno valutate adeguatamente tutte le tante tipicità locali e regionali, tralasciando, nei limiti del possibile, deleghe decisionali alle Regioni sulle relative IGT.

Che gran parte dei tartufi del sud Piemonte originino non certo nell'albese, ma nell'Astigiano e in altre aree del territorio, credo sia noto a tutti. Proprio per questo sarebbe dare pochissimo valore a tipicità e differenze territoriali continuare nell'errore di nome del passato. In commissione pare l'abbiano colto, nonostante diversi "interventi" di esperti e addetti da quel di Alba. E questo è bene.

D’altra parte la notorietà del Tartufo Astigiano, come quella di tante altre aree del sud Piemonte o d’Italia, parte da lontano, avendo goduto a lungo di un primato riconosciuto e documentato.

Ne racconta, egregiamente, Gian Secondo De Canis, importante storico del nostro territorio, nella sua Corografia Astigiana del 1818: "Ma sovr'ogni altra produzione dell'Astigiano suolo la più pregievole sono i tartuffi bianchi che l'Europa intiera felicitano, e di cui si servono le più squisite mense de' Principi e, sebbene eglino per ogni dove germoglino, con tutto ciò più abbondanti s'estraggono sui colli da Castelnuovo d'Asti a Cocconato e nelle valli e sulle vette delle terre orientali. Ella è difatti maravigliosa cosa e a un tempo deliziosissima il vedere come nell'autunno ne sono provvisti i mercati di Castelnuovo, Cocconato, Montechiaro, Asti, San Damiano, Castagnole Lanze, Costigliole, Canelli e Mombercelli. Il concorso de' forestieri per farne compra è numerosissimo...”.

Dai tempi di De Canis, ahimè, molto è cambiato.

Il numerosissimo “concorso de' forestieri per farne compra", grazie a marketing e comunicazione altrui, si è spostato di qualche decina di km più a sud-ovest.

Ritornare a chiamarli Tartufi Astigiani sono certo possa essere ottima base di partenza, per provare a recuperarne il valore, per tanti trifulau, per la notorietà del territorio e per il nostro, povero, turismo.

Davide Palazzetti, esperto in marketing territoriale