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Il Lessona, un rosso dell’Alto Piemonte vinicolo dal ricco passato

Scritto da Redazione Lunedì, 9 Nov 2020 - 0 Commenti

Il Lessona è un vino DOC la cui produzione è consentita nel comune omonimo, in provincia di Biella, da cui trae il nome. È anche detto "vino d'Italia" perché fu scelto dall'allora Ministro delle finanze, Quintino Sella, al posto dello champagne per brindare all'unità d'Italia, dopo la presa di Roma nel 1870.

E’ iniziato il seminario dedicato ai vini dell’Alto Piemonte, terza tappa del Master AIS Piemonte sui Territori del Nebbiolo, che ha già trattato i comprensori del Barolo, Barbaresco e Roero, sotto la direzione di Mauro Carosso, delegato AIS di Torino, che molti di voi conoscono per le periodiche apparizioni “enologiche” sul TG3 regionale.

Conoscere l’Alto Piemonte vinicolo significa fare la conoscenza con vini dal ricco passato, che stanno recuperando il posto che spetta loro nel mondo dell’enologia nazionale, prodotti in un territorio che merita di essere visitato per la sua struggente bellezza. Un’ulteriore perla che il Piemonte regala.

I vini dell’Alto Piemonte nascono su un territorio molto particolare. 180 milioni di anni fa, un supervulcano esplose con una violenza tale da modificare per molti anni il clima del pianeta.

La sua caldera coincide con le valli dei fiumi Sesia e Sessera, tra le province di Novara, Vercelli e Biella. 50 milioni di anni fa la placca africana si scontra con quella europea dando origine alle Alpi. A seguito dello scontro, l’intera struttura sommersa dell’antico supervulcano viene proiettata in superficie, assumendo un andamento orizzontale.

A partire dagli anni ’80, il geologo triestino Luciano Sinigoi con il collega americano James Quick iniziano a percorrere l’Alta Valsesia, fino a quando, presso il paese di Balmuccia, dove ancora si possono rintracciare i segni dello scontro tra le placche, ad un’attenta verifica della parete a strapiombo striata di nero di una modesta montagna, i due studiosi restano colpiti perché la parete ha l’aspetto del mantello terrestre, che dovrebbe trovarsi 22 km sottoterra, e non in superfice. È la scoperta del supervulcano fossile della Valsesia, che tutti possono visitare presso il Sesia Val Grande Geopark.

Come sono collegati il supervulcano e i vini dell’Alto Piemonte? Quando si parla di Nebbiolo, forse il più celebre vitigno autoctono italiano, la mente corre ai rossi delle Langhe che si sono conquistati una meritata celebrità a livello mondiale, con le denominazioni Barolo e Barbaresco.

Pochi sanno che l’Alto Piemonte presentava a inizi ’900 una superficie vitata non meno estesa e importante delle Langhe, quindi anch’essa patria del Nebbiolo, qui conosciuto con il nome di Spanna.

Le malattie della vite prima e l’industrializzazione in seguito spopolarono però le campagne, facendo precipitare la produzione, sia sul piano quantitativo che qualitativo.

Da alcuni anni un pugno di produttori, di dimensioni che vanno dal piccolo al microscopico, ha fatto sì che questi grandi vini siano tornati a esprimere tutto il loro potenziale qualitativo e organolettico, al punto da portarli a competere direttamente con i più titolati nebbioli basso-piemontesi.

Con proprie caratteristiche specifiche, che derivano dal terreno vulcanico su cui hanno in seguito operato i ghiacciai: la spiccata mineralità dell’impianto olfattivo e la spiccata impronta sapida, che opera in sinergia con l’acidità, rendendo i vini eleganti, profondi e saporiti, molto adatti agli abbinamenti gastronomici.

Tra i comprensori vinicoli che vanno sotto l’etichetta “Alto Piemonte”, una posizione di spicco merita Lessona, come ha magistralmente illustrato nel corso del seminario Luca De Marchi, vigneron di Proprietà Sperino, che ha approfondito la storia e le caratteristiche dei vini del paesino biellese.

È indubbio il profondo legame di Lessona con il vino: lo si intuisce dando un’occhiata allo stemma storico del Comune, decorato con cinque ferite sanguinanti (forse grappoli…) che simboleggiano la terra che, graffiata dal lavoro dell’uomo, sgorga vino come sangue dalle sue ferite. Sempre la città di Lessona sostiene nel 1690 le spese per far erigere all’interno del Sacro Monte di Oropa la cappella dedicata alle Nozze di Cana e alla trasmutazione miracolosa dell’acqua, in omaggio al suo celebre vino.

 

Il primo documento storico attestante la viticoltura nel territorio di Lessona, attualmente conservato presso l’Archivio Storico della Città di Biella, è rappresentato dall’atto di acquisto di una vigna in località “Al Zoppo”, famoso cru, da parte della nobile famiglia de’ Bulgaro anche se nell’area la viticoltura è certamente praticata almeno dall’epoca romana ma, quasi certamente, è ancora più antica.

D’altra parte, fin dall’età romana la via Lessonasca, che collegava Mottalciata e Lessona a Vercelli, Milano e Pavia, era il punto di passaggio del vino per il commercio dalle campagne alle città. Alla via Lessonasca si collegava l’attuale via Viotti a Vercelli, che fin dal secolo XII era conosciuta come “ruga ad vineas”.

La storia del territorio biellese è intrinsecamente legata a quella della famiglia Sella e Lessona non fa eccezione. Risale infatti al 1671 l’acquisto della prima vigna a Lessona, da parte di Comino Sella, come investimento di eccedenze di cassa delle attività tessili della famiglia.

Nel 1936 Venanzio Sella, discendente di Quintino e gestore delle omonime Tenute, parla in un suo scritto di documenti tardo cinquecenteschi che dicono come nel XVI secolo “venti famiglie patrizie di Biella possedevano vigne a Lessona e si può perciò affermare che non vi fosse allora alcun patrizio biellese che non ne possedesse”.

Nell’ottobre del 1870 il Ministro delle finanze del Regno d’Italia Quintino Sella festeggia, un mese dopo la breccia di Porta Pia e la presa della città di Roma, il primo governo dell’unità nazionale.

Per l’occasione non stappa uno champagne, come d’uso anche a quel tempo, ma decide di brindare con una bottiglia di rosso Lessona delle sue tenute di famiglia: il Lessona diventa per gli appassionati di storia e di enologia il vino dell’Unità d’Italia.

La denominazione Lessona, riconosciuta ufficialmente nel 1976, ricade interamente all’interno del territorio del comune e attualmente vede in attività meno di dieci produttori con una superficie vitata rivendicata di circa 6,5ha.

L’attuale Disciplinare di Produzione, in estrema sintesi, prevede l’utilizzo di uve Nebbiolo per un minimo pari all’85%, i vitigni Vespolina e Uva Rara, da soli o congiuntamente, possono comporre il rimanente 15%, ma, come specifica Luca De Marchi, ormai tutti i produttori usano in via esclusiva il Nebbiolo.

Il Disciplinare prevede un invecchiamento minimo di 22 mesi, di cui 12 in legno, che divengono 46 mesi, di cui 30 in legno, per la tipologia Riserva. I vigneti ammessi devono trovarsi a quote comprese fra i 200 e i 500m s.l.m. su suoli sabbiosi, limosi o argillosi; è ammessa la menzione di vigna.

Luca De Marchi specifica che “a Lessona, dove lo strato sabbioso è profondo, le radici sono sottili e vanno in profondità a cercare i nutrienti, dando un apporto maggiore in minerali e minore in tannini. Salendo di altitudine, le radici sono più grosse, e i vini più tannici. È per questo che il Boca è più corposo del Lessona, per il tipo di terreno, dà nebbioli più spigolosi»

«È l’acidità del terreno la responsabile della grande mineralità di questi vini; il terreno acido, ricco di potassio, ha carica positiva mentre il calcare ha carica negativa; oggi si parla tanto di mineralità, ma è un concetto fumoso se poi non si capisce dove può esserci e dove è solo una parola di moda».

La presenza del Monte Rosa alle spalle è un fattore dominante, nel bene e nel male: se da un lato ripara le colline dai venti freddi del nord e dalle nevicate, che non scaricano sulle colline, per farlo, in genere, sulla pianura sottostante e sul Monferrato, favorendo il germogliamento precoce delle viti, dall’altro l’imponente massiccio montuoso può determinare frequenti grandinate.

«E se si considera che la vendemmia è molto tardiva, i viticoltori devono fare i conti con lo spauracchio della grandine, anche a maturazione quasi completa», aggiunge Luca, con la consapevolezza che questi luoghi possono dare al vino un contributo così speciale, ma possono in un attimo togliere tutto quello che hanno dato. Il Monte Rosa offre anche protezione dalle correnti settentrionali garantendo ampie escursioni termiche.

La stazione meteorologica di Ghemme, la più prossima all’area posta alla medesima latitudine e a una distanza di 18km in direzione est, indica una temperatura media di circa 12°C e una piovosità complessiva annua di circa 1046mm. Infine, a Lessona un tempo c’era il mare, il terreno sabbioso è ricco di fossili, conchiglie, altro indice di sapidità.

Il Lessona è un grandissimo vino, diverso rispetto al Nebbiolo che nelle Langhe dà origine a vini potenti. È più leggero, piacevolmente speziato, minerale e sapido. Il sorso è elegante, armonico e lunghissimo. Nel 1968 Mario Soldati lo definisce, nel suo libro Vino al Vino: “pura fragranza, puro effluvio, puro spirito” e dal sapore “sottilissimo”.

Oltre agli abbinamenti scontati con carni rosse e selvaggina, le annate più giovani, di beva più semplice, con il termine “semplice” da interpretare per i vini da Nebbiolo, se si ha il coraggio di osare, possono garantite piacevoli sorprese anche se abbinate a piatti meno complessi.

Ma la qualità dei vini di Lessona si esprime al meglio quando si degustano bottiglie con anni, se non decenni, sulle spalle, in quanto raggiungono una lunghezza ed eleganza che hanno pochi riscontri, anche nei più blasonati cugini di Langa.

In degustazione:

Lessona 2016 di La Prevostura

Lessona 2015 di La Badina

Lessona 2015 di Noah

Lessona 2015 di Proprietà Sperino

Lessona Pidrin 2014 di Pietro Cassina

Lessona San Venz 2013 di Guido Mazzucchelli

Lessona Riserva 2013 di Massimo Clerico

Lessona San Sebastiano allo Zoppo 2006 di Tenute Sella

Paolo Manna

 

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