Salute & Ambiente

Covid-19 e neobilitazione in medicina: “Noi siamo disposti a spenderci: spenda per noi anche lo Stato”

Scritto da Redazione Venerdì, 3 Apr 2020 - 0 Commenti

Scrive sui social la dr.ssa Roberta Rissotto – Segretariato Italiano Giovani Medici Liguria: "Sono Roberta, e da pochi giorni sono ufficialmente un medico"...

Spero possiate trovare 5 minuti per leggere queste righe:

- Sono Roberta, e da pochi giorni sono ufficialmente un medico.

Pochi giorni fa, l'Ordine dei Medici di Genova ha deliberato ufficialmente l'iscrizione all'albo di circa 150 medici, neoabilitati con il DPCM del 17 marzo, e fra questi c'è anche il mio nome.

Da oggi, quindi, sono pronta, almeno formalmente, burocraticamente, per lavorare.

Posso partecipare ai bandi emergenziali del Dipartimento Protezione Civile, a quelli delle varie ASP (Aziende pubbliche di Servizi alla Persona) che cercano medici a tempo determinato (sei mesi), posso "scendere in trincea", "andare a combattere il virus".
 

Eppure ho un buco in pancia, dovuto alla paura. E non alla paura del SARS-CoV-2 o alla paura della morte, ma alla paura del futuro, mio e dei miei colleghi. A emergenza finita, infatti, sarò di nuovo disoccupata.

E da disoccupata parteciperò a un test, quello di accesso alle scuole di specializzazione, insieme, presumibilmente, ad altri 22500 colleghi, medici come me, laureati da più o meno tempo, e saremo lì in varie sedi d'Italia a scannarci a colpi di crocette per 8500 borse (contratti) di specializzazione.

Oggi che la carenza di specialisti è sotto gli occhi di tutti, anche di chi non vorrebbe vederla, 8500 è un numero che sembra ancora più ridicolo di quanto già non fosse per noi "del settore", perché anche chi ha delle conoscenze di matematica basilari si rende conto che, con questa cifra, circa 14mila medici resteranno senza lavoro, e saranno costretti a partecipare a bandi trimestrali di continuità assistenziale, a dedicarsi ad altro o a emigrare in altri Paesi dove i medici sono veramente Eroi ogni giorno, dove lo Stato dice ogni giorno loro "grazie" per quello che fanno, e non solo quando lavorano venti ore al giorno in condizioni precarie durante una pandemia da più di 10mila morti solo in Italia.
Io sono pronta ad andare.

Sono pronta ad accettare incarichi temporanei adesso che c'è bisogno di me.

Vorrei tanto, però, che anche lo Stato fosse pronto: pronto a darmi delle garanzie, pronto a dirmi che a fine emergenza non mi butterá via come una mascherina usata ma mi farà restare qui, nel mio Paese, a fare il lavoro per il quale ho studiato e per il quale ho passato sei anni della mia vita sui libri, e lo faccia con un provvedimento semplice: aumentando i fondi per la sanità e rendendo il numero di borse della specializzazione proporzionale ai candidati, permettendoci di continuare il nostro percorso di formazione qui.
Noi siamo disposti a spenderci, a spendere energie, risorse: spenda per noi anche lo Stato.

Vogliamo allora continuare a fare finta di niente?
O vogliamo parlarne, capire, e fare in modo che, domani, da tutto il dolore di questi giorni si impari qualcosa?

Solo se i giornali ci aiutano possiamo fare abbastanza rumore da far capire che adesso è anche soprattutto il momento di programmare finanziamenti mirati e ben ponderati per la sanità.
 

Non è forse il caso di affrontare questo serio problema anziché aspettare di ritrovarsi, fra dieci anni, a scrivere di come sia morto il Sistema Sanitario Nazionale? -