Cultura & Spettacoli

Asti, in scena la leggendaria “Maglia Nera” del Giro d’Italia il “mandrògno” Luigi Malabrocca

Scritto da Redazione Venerdì, 28 Ago 2020 - 0 Commenti

Per la rassegna di spettacoli "Estiamo insieme" al Michelerio di Asti martedì scorso la Compagnia Fratelli Ochner ha presentato Alberto Barbi in “La maglia nera – Malabrocca al Giro d’Italia”, un racconto poetico e divertente, difficile e avventuroso come il ciclismo e la vita.

Come sia venuto in mente all’attore torinese Alberto Barbi di scrivere (assieme a Lara Quaglia Paolo Cecchetto) e interpretare di questi tempi la storia della leggendaria “Maglia Nera” del Giro d’Italia, il “mandrògno” Luigi Malabrocca, mi rimane un mistero.

Tempi - intendo dire – in cui nel mondo dello sport professionistico – tanto per citare due freschissimi esempi – l’ossessivo Comandamento della squadra calcistica per cui tifo statuisce che “Vincere è l’unica cosa che conta”, oppure i secondi classificati della massima competizione pallonara mondiale, la Champions League, si levano schifiltosamente dal collo la medaglia d’argento appena meritata come se fosse un’oscena crosta di sterco…

Ma a prescindere dai miei miseri dubbi, mi piace raccontare come pochi giorni or sono, martedì 25 agosto, lo spettacolo di Alberto Barbi abbia divertito il pubblico astigiano di “Estiamo Assieme” nella bella e insolita cornice della rinascimentale corte del Palazzo del Michelerio.

Il protagonista della pièce si chiamava Luigi Malabrocca ed era stato un atleta professionista, avendo gareggiato assieme ai fenomenali Fausto Coppi e Gino Bartali: nella sua veste di modesto gregario, si era tuttavia ritagliato una sua ricca fetta di notorietà,  essendosi specializzato nella ripetuta conquista della “Maglia Nera” al Giro d’Italia e diventando a modo suo non solo una celebrità, ma addirittura un simbolo.

Chiacchierando al telefono con Barbi, gli confesso che il suo “Mala” me lo vedo un pò come il Don Abbondio dello sport: sia perché, parafrasando lo scrittore meneghino, “se uno il talento non ce l’ha, mica se lo può dare”, sia e soprattutto perché – proprio come il personaggio  manzoniano – il nostro umile antieroe  ha dovuto pedalare forte per sopravvivere, lottare tenacemente per superare la miseria. Luigino Malabrocca presto capisce come l’ esecrato (a torto) Curato de “I promessi sposi” di non avere un’autentica vocazione (sportiva in questo caso) e capisce che per poter vivere una vita decente assieme alla sua “Ninfa” (la ragazzetta di cui si innamora adolescente un pomeriggio d’estate e che diventerà sua moglie) deve industriarsi: con astuzia e con quella giusta dose di indifferenza nei confronti dell’aspro giudizio altrui, ipocrita e perbenista: al Giro si regalano premi (non solo in denaro, ma pure in natura) all’ultimo classificato e Malabrocca diventa un virtuoso del genere: “il più grande perditore di tutti i tempi”, per dirla con Paolo Villaggio a proposito del suo Ragionier Fantozzi.

Emblema del “volgo disperso che nome non ha” (sempre Manzoni) il popolo italiano del Dopoguerra da un lato si esalta per le imprese di Coppi e Bartali, ma dall’altro simpatizza e s’identifica con colui che dà un senso di dignità a chi arriva ultimo, a chi sempre deve ripartire da zero, a chi nato “vinto” – tenta comunque di affrancarsi dalla propria vilissima condizione per provare a farcela, per provare finalmente anch'egli a vivere una vita decente, al pari di un'altra, nobile suggestione letteraria – il Gordon Comstock de “Fiorirà l’aspidistra” di Orwell.

Alberto Barbi ripercorre - tra cronaca e poesia, tra epica e nostalgica ironia -  anni e anni di storia italiana attraverso la metafora, la lentissima scia – oserei dire - della “Maglia Nera”: l’ascesa del Regime fascista, la Seconda Guerra mondiale, la Liberazione e la ricostruzione, le drammatiche elezioni politiche del 1948, senza dimenticare l’attentato a Palmiro Togliatti e la strage mafiosa di Portella della Ginestra. Mentre Barbi racconta, sullo schermo compaiono foto e filmati d’epoca, mentre per l’aria ormai fresca, si diffondono le note di canzoni allora in voga o le gracchianti voci dei telecronisti.

Semplice ed essenziale la scenografia, curata assieme alla regia con la consueta sobrietà da Alessio Bertoli: in scena, una bici da corsa, qualche pezzo di ricambio e pure dei modellini di bicicletta che Barbi, a mano a mano che la narrazione procede verso il termine, assembla in un magico giro di ruote, in un vorticoso carosello di ricordi, fra cui spicca quello prodigioso di un bambinetto che, accompagnato dal padre ad assistere al passaggio del Giro, vede finalmente  passare accanto a sé, mentre tutti se ne vanno e già scende la sera, l’immagine arrancante,  inzaccherata eppure eroica della Maglia Nera…

 

Un ultimo cenno all’autrice della foto con cui corredo l’articolo, Selene Riccio, allieva della scuola “Teatralmente” del succitato Alessio Bertoli.

Lo spettacolo sarà prossimamente replicato a San Mauro Torinese il 25 settembre presso il Teatro Gobetti.

Paolo Ferrero