Territorio & Eventi

Radici piemontesi, l'emigrazione dell'alto Monferrato: verso Francia e Sudamerica

Scritto da La redazione Sabato, 24 Mar 2018 - 0 Commenti

Prosegue la collaborazione con l'autore di numerosi volumi dedicati all’emigrazione piemontese nel mondo che illustra, tratte dai suoi libri, storie di migranti nei diversi Paesi del mondo. Biografie di piemontesi che han saputo mantenere un legame con la terra di origine. La fuga dalle campagne della Valle Bormida e dell'Acquese.

Lo spopolamento delle campagne della Valbormida e dell’Acquese ed in generale dal mondo rurale verso le città del triangolo industriale (Torino, Genova e Milano), si attuò nel secondo dopoguerra. Questo fenomeno, fu l’ultimo capitolo di un’emigrazione più antica, iniziato alla metà del secolo precedente verso la Francia del Sud e il Sudamerica, fenomeno protrattosi sino alla metà degli anni Trenta del XX secolo.

Alla fine dell’Ottocento, il Comune di Spigno Monferrato, nell’Acquese, era quello con la maggior quota di emigranti; nel trienno 1883-85 ben 177 individui risultano emigrati temporaneamente, e le statistiche dell’epoca evidenziano come l’emigrazione temporanea fosse maggiore rispetto a quella permanente.

Nel secolo successivo è elevato il numero di partenze verso la Francia e dall’area della Valbormida le località erano quelle di Tolone e di Le Seyne, mentre da Bistagno e da Visone si emigrava a Marsiglia, mentre per le destinazioni transoceaniche Buenos Ayres e Montevideo.

Forte frazionamento della proprietà contadina, terreni poco fertili, forte crescita demografica dell’area collinare alessandrina non davano la possibilità di superare i limiti della semplice sussistenza.

La Francia aprì le frontiere in quanto subiva un calo della natalità francese, nonché la morte, durante la Prima Guerra Mondiale, di molti francesi sui campi di battaglia. Gli emigranti avevano l’obiettivo di integrare le magre risorse economiche con i lavori stagionali, e quindi si recavano all’estero nel periodo invernale e rientravano in estate per apportare migliorie alla proprietà e acquistare nuovi terreni per aumentare le potenzialità produttive.

Nel 1888 nel circondario di Acqui vi erano 184 emigranti definitivi e 199 temporanei, in quello di Alessandria ne risultavano 921 definitivi e solo 1 temporaneo, in quello di Casale 129 i casi di emigrazione definitiva e 3 provvisoria.

L’emigrazione nelle terre sudamericane fu successiva a quella francese, il mito della “Merica” era ripreso durante le veglie serali, dove venivano narrate storie straordinarie vissute da compaesani partiti per quel lontano Continente: raccolti abbondantissimi, con quintali di grano, giallo come l’oro, simile ad un dono mandato dal cielo perché si raccoglieva quando in Italia era Natale.

Campi estesissimi in cui lo sguardo si perdeva all’infinito; contadini che si muovevano a cavallo tra immense tenute agricole. Prima salariati e poi fittavoli riuscivano finalmente dopo anni ad acquistare i terreni. Sergio Garbero di Merana che, al ritorno da Montevideo in Uruguay, stupì la figlia coprendo il letto di casa con le sterline guadagnate o di un altro emigrante della stessa località che le sterline le nascose nel sottofondo del baule per sfuggire ai controlli della dogana.

Dalla Valbormida in Francia svolgevano il mestiere dello spazzacamino, del boscaiolo, del cordaio, dell’impagliatore di sedie, del calzolaio; le donne invece erano balie nelle famiglie benestanti di Tolone, Nizza, Marsiglia, un mestiere ben pagato.

Negli anni Venti del XX secolo dall’Alto Monferrato partì la seconda grande ondata migratoria verso Francia, Argentina e Uruguay; qui svolsero i lavori di muratori, cementisti, carpentieri, falegnami, artigiani e operai generici. (3)

Giancarlo Libert

(dal suo volume "Alessandrini nella Pampa", Chivasso 2015)

Nella foto piazza San Francesco di Acqui Terme


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