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Costigliole, alla riscoperta dei vitigni autoctoni scommessa di vignaioli appassionati (VIDEO)

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Intervista a Filippo Mobrici presidente Consorzio Barbera e Vini del Monferrato

L'Italia fra i diversi primati in campo vitivinicolo annovera quello della presenza di oltre 500 vitigni autoctoni sul territorio nazionale, una ricchezza che poco per volta si sta svelando con l'apparire sul mercato di nuovi vini con etichette che tornano d'attualità dopo essere finite nel dimenticatoio.

Con un'iniziativa interessante, se ne è parlato ieri nel Castello di Costigliole d'Asti, sede del Consorzio del Barbera e Vini del Monferrato su iniziativa dell'Ucid (Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti) astigiano, che ha raccolto attorno ad un tavolo, il Consorzio, la Camera di Commercio e l'Unione Industriali di Asti, presenti le tre confederazioni agricole provinciali.

Un incontro per raccontare come i vitigni autoctoni del Monferrato abbiano un presente ed un futuro più che dignitoso nell'allargare il campo ad un mercato vinicolo sempre più internazionale.

Questo per merito di un lavoro oscuro, coraggioso e lungimirante che visto personaggi che trentanni fa avevano intuito, con la riscoperta dei vecchi vini la possibilità concreta di farli conoscere ed apprezzare.

E' venuto così a galla il ritorno in auge del Ruchè e del suo riscopritore, don Giacomo Cauda, mitico parroco di Castagnole Monferrato, che con tenacia non ha mai abbandonato la produzione delle “Vigne del Parroco”.

“In dodici anni con la volontà dei produttori – ha illustrato Filippo Mobrici presidente del Consorzio Barbera e Vini del Monferrato – il Ruchè è passato dalle 40 mila bottiglie prodotte alle 980 mila con le quali chiuderà l'anno. Un bell'exploit”.

Per non parlare dell'Uvalino, riscoperto dalla vignaiola storica di Cascina Castlet di Costigliole, Mariuccia Borio, che dopo lunghe ricerche è riuscita a trovare le barbatelle, facendo conoscere questo vino nel mondo, centellinandolo fra la sua clientela internazionale.

La Barbera è la regina del Monferrato (11 milioni di bottiglie), ma Freisa (900 ettari vitati), Ruchè, Grignolino (2 milioni e 500mila bottiglie prodotte) e Malvasia, hanno margini di crescita esponenziale importanti.

Sul grignolino, però, una risposta alle difficoltà di crescita, lo ha data il professor Vincenzo Gerbi: “Mentre altri vini vengono supportati da almeno 500 ricerche e lavori scientifici che ne sottolineano le caratteristiche documentate, al grignolino sono stati dedicati soltanto tre lavori di approfondimento. E questo è un handicap”.

“Le tendenze dei consumatori americani – interviene Renato Goria, presidente Camera di Commercio che organizza la Douja d'Or, salone del vino italiano – cercano dopo aver scoperto barolo e barbaresco, vitigni quindi vini sconosciuti da valorizzare per livello qualitativo”.

Il Piemonte vinicolo esporta (45 mila ettari di superficie vitata) per 1 miliardo di euro, soprattutto barolo, barbaresco, barbera e Asti e di motivi per crescere ancora con nuove etichette, ce ne sono, ma “Occorre che il prodotto mantenga una reputazione conquistata negli anni e sempre difficile da mantenere – precisa Giorgio Ferrero, assessore regionale all'agricoltura – I vitigni autoctoni possono rappresentare la biodiversità del futuro”.

Chiusura con un velo di polemica sulla reazione avuta nell'albese quando il Consorzio ha provato a fare riconoscere il Nebbiolo del Monferrato.

“E' partita una campagna diffamatoria fortissima sui giornali americani – racconta Mobrici – che avvertivano che il Nebbiolo del Monferrato avrebbe svilito quello albese. Un'autentica fake news”.

Come non bastasse, trenta Comuni delle Langhe hanno aperto una sottoscrizione contro il nebbiolo monferrino con richiesta di intervento dall'assessore Ferrero. E meno male che si parla di Langhe, Roero e Monferrato, come di paesaggio vitivinicolo unico patrimonio dell'Unesco...

Alberto Fumi

 

Video da www.youtube.com di Vittorio Ubertone 400ASA.IT http://www.400asa.it / http://www.saporidelpiemonte.net

 

 

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