Salute & Ambiente

Asti, "Tempo Zero" nelle visite ASL? "La mia esperienza negli ambulatori di cardiologia"

Scritto da La redazione Giovedì, 24 Gen 2019 - 0 Commenti

Probabilmente risultati accettabili si sarebbero potuti ottenere, io credo, certo potenziando l’assistenza specialistica in personale e strutture, ma anche e soprattutto agendo sulla “domanda”, cioè sulla richiesta di prestazioni, promuovendone l’appropriatezza e la qualificazione

Riceviamo e integralmente pubblichiamo

Sulle visite specialistiche a "tempo zero", anche recentemente, sono comparse sui giornali testimonianze e osservazioni di pazienti, seguite poi dalle  puntualizzazioni dell’ASL; interventi frequenti anche perché, per un qualche motivo, costituiscono una modalità di accesso  quasi esclusiva della nostra ASL.

Su di esse, dopo 10 anni di attività in uno di questi  ambulatori di cardiologia, vorrei proporre anch’io qualche considerazione.
Considerazioni relative non all’attività sanitaria vera e propria quanto ai modi in cui vi si accede e alle criticità connesse: ne esistono, alcune immediatamente evidenti ed altre rilevabili a distanza, sono significative e i disagi per la gente non sono indifferenti: ignorarle o minimizzarle non aiuta a superarle.

Una criticità immediata per i pazienti è la difficoltà di accesso

Caso a parte sono i pazienti che vengono in classe 1, entro 48 ore perché il medico inviante così ha richiesto per la gravità del caso; gli altri, la grande maggioranza, non vengono accettati secondo la priorità derivante dalla loro condizione clinica ma, in pratica, secondo la loro disponibilità e capacità di sobbarcarsi a un cammino  piuttosto impegnativo: levata precoce o precocissima (senza comunque la certezza di  “passare”), una coda di fronte agli sportelli, autogestita e talvolta non  senza difficoltà, una seconda coda sempre agli sportelli e poi ancora un’ultima davanti all’ambulatorio medico dove verrà finalmente visitato.

Con il rischio che, al termine della seconda coda, giunti infine allo sportello per essere “caricati”, si apprenda che la disponibilità di visite per quel giorno è già esaurita  per cui… riprovare un’altra volta, rinunciare, aggiustarsi diversamente… Si verificano situazioni non facili e soprattutto ingrate.

Ingrate per tutti: per i pazienti, spesso in cattive condizioni di salute, per il  personale agli sportelli che si ritrova, senza esserne responsabile, in prima  linea ad affrontare reazioni e rimostranze comprensibili, anche se non sempre espresse in modalità giustificabili.

E disagi per il personale medico e infermieristico quando il paziente, respinto allo sportello perché  in soprannumero o fuori orario, sebbene non vi sia più tempo per accontentarlo si presenta ugualmente direttamente all’ambulatorio chiedendo di essere visitato,  accampando talvolta anche buone ragioni;  oppure quando, di fronte a un paziente per il quale il rinvio costituirebbe un rischio,  l’etica professionale impone comunque di fare un’eccezione, ma senza trovare la responsabilità e la comprensione necessarie tra coloro che intorno stanno chiedendo la stessa cosa.

Vi sono poi problemi, lì per lì meno appariscenti ma almeno altrettanto importanti, relativi all’appropriatezza: l’appropriatezza è un requisito fondamentale per un buon funzionamento di qualunque sistema sanitario.

Le visite mediche appropriate, assieme ad altri requisiti, devono essere giustificate ed erogate in tempi adeguati secondo l’ esigenza clinica:  questo significa che qualche volta devono essere  fatte subito, qualche volta  lo possono anche a distanza di tempo, purché ragionevole.  

Questo perché, purtroppo, vedere tutti e subito non è obbiettivamente possibile: è necessario differenziare e scaglionare nel tempo le prestazioni secondo priorità determinate dal medico, chiare, motivate, conosciute e riconosciute dai pazienti.

Nel tempo zero questo non si verifica: l’accessibilità alle prestazioni finisce per essere uguale per tutti, sia quando effettivamente sono necessari tempi brevi sia quando si potrebbe aspettare ragionevolmente  anche qualche tempo senza alcun danno per nessuno: queste seconde vengono  anticipate rispetto alla loro reale necessità, e purtroppo a scapito delle prime, dal momento che il numero di visite giornaliere è contingentato.

Ribadisco, sarebbe bello accontentare tutti subito, ma non è possibile ed è inutile perseguire utopie per accontentarsi  poi di risultati teorici.
Il  medico di famiglia conosce il paziente che a lui si rivolge o si dovrebbe rivolgere in prima istanza, a lui dovrebbe competere lo stabilire una razionale tempistica dettagliando il quesito clinico  e indicando la priorità sull’impegnativa.

Con il tempo zero questa facoltà gli viene di fatto sottratta: o invia in classe 1, entro 48 ore, ma si tratta solo di una piccola percentuale di casi di particolare gravità,  oppure compila l’ impegnativa e di fatto sarà poi il paziente, a sua discrezione, a stabilire quando presentarsi alla  visita specialistica.  

E magari riuscirà a passare prima  quello più svelto o con un miglior supporto organizzativo o familiare, non necessariamente quello che sta peggio; e allora malumori e arrabbiature da parte di chi si vede ingiustamente scavalcato, e magari scrupoli per altri, certamente meno, consapevoli di  aver preso il posto a persone più bisognose.

Quindi incontra una difficoltà nell’ esercitare appieno  la sua indispensabile funzione di filtro sul territorio nei confronti di prestazioni di secondo livello, in questo caso le visite specialistiche; questo lo  penalizza anche professionalmente e lo induce a una sgradita forma involontaria di inappropriatezza.

Oltretutto con la conseguenza che chi passa prima rimane ulteriormente avvantaggiato anche in seguito, avendo la possibilità di accedere prima alla prenotazione di eventuali ulteriori accertamenti: la mancata appropriatezza si automantiene e progredisce.

Inoltre, dopo una visita a tempo zero, per un anno non se ne possono fare altre: le eventuali successive richieste  vengono inserite in liste di prenotazione, con i relativi  tempi d’attesa.

Liste d’attesa generalmente lunghe, problema diffuso in tutta Italia, che talvolta possono apparire relativamente più contenute grazie al fatto che, arrivate a un certo limite, la gente si arrende e ricorre al privato: a mio giudizio la sanità privata costituisce un utile quando non necessario complemento di quella pubblica, ma a condizione che il ricorrervi costituisca una libere scelta per il cittadino e non una necessità conseguente a una carente risposta del servizio pubblico.

Vero è anche che il tempo zero è stato introdotto perché  nel vecchio sistema  “classe 1-2-3” i tempi delle classi 3, le visite “normali”, erano diventati talmente lunghi da renderle di fatto inutili e da essere giustamente considerati inaccettabili dai pazienti e dall’ASL (mentre invece, attenzione a non generalizzare,  le urgenze vere, una piccola minoranza, sono e sono sempre state trattate con la tempestività necessaria).  

Probabilmente risultati accettabili si sarebbero potuti ottenere, io credo, certo potenziando l’assistenza specialistica in personale e strutture, ma anche e soprattutto agendo sulla “domanda”, cioè sulla richiesta di prestazioni, promuovendone l’appropriatezza e la qualificazione, così come viene fatto per i farmaci: attività  piuttosto ingrata, certamente non facile ma neppure impossibile. 

Così come, più in generale, mi sembra chiara la necessità di una maggior determinazione nell’affrontare l’evidente carenza della  funzione di filtro del territorio, sia per quanto riguarda prestazioni di secondo livello, in questo caso le visite specialistiche, sia per quanto riguarda, per esempio, gli accessi in Pronto Soccorso.

Dott. Mario Alfani
già Dirigente di 1° livello SOC Cardiologia Ospedale Cardinal Massaia
già Specialista Cardiologo Ambulatoriale