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Asti, Angela Quaglia: "Le gaffe a ripetizione del sindaco Rasero intervistato da una Tv senese""

Scritto da La redazione Lunedì, 10 Set 2018 - 0 Commenti

"Rivendicare proprio al Piemonte niente meno che il padre delle doc, cioè il parlamentare Paolo Desana che era di Casale Monferrato. Perchè citare Barolo e Barbaresco e non i vini che si producono nell’astigiano, a cominciare dalla Barbera per continuare con Grignolino, Dolcetto, Cortese?".

Riceviamo e volentieri pubblichiamo


Caro Direttore,
passato il Palio e trascorso ormai parecchio tempo dalla missione in Cina (compiuta dal Sindaco per promuovere i prodotti locali, tra cui il vino), mi è capitato per puro caso di vedere l’intervista rilasciata dal Sindaco di Asti a un canale tv di Siena.
Interrogato sul rapporto tra Palio e vino il Sindaco ha dato il peggio di sé sbagliando tutto, persino i fondamentali, cioè la difesa del proprio territorio.

Andiamo con ordine

“Le prime doc sono toscane”- dice - ma è vero solo in minima parte. Infatti le prime quattro doc di vini italiani sono del 1966 e solo una è del territorio senese.

Da internet: “Il primo novembre 1966 entrano in vigore i disciplinari delle prime quattro doc italiane, riconosciute da un Decreto del Presidente della Repubblica del 3 marzo 1066; la Vernaccia di San Gimignano; l’Est! Est!Est! di Montefiascone; l’Ischia bianco, l’Ischia rosso e l’Ischia Superiore e il Frascati”.

Detto questo, però, sarebbe stato opportuno da Sindaco di Asti che si trova in Piemonte, rivendicare proprio al Piemonte niente meno che il padre delle doc, cioè il parlamentare Paolo Desana che era di Casale Monferrato. A lui, quindi, un piemontese (e non un toscano) si deve la legge sulle doc e letteralmente il futuro del vino italiano, sia quello piemontese che quello toscano e quindi senese.

Poi c’è la questione della geografia.

Citare Barolo e Barbaresco come campioni da opporre ai grandi vini toscani in terra d’Asti e di Palio c’entra come i famosi “cavoli a merenda” e dà ancora una volta l’impressione di un analfabetismo culturale, sociale ed economico, oltre che geografico, disarmante e profondamente provinciale nell’accezione più deleteria del termine.

Insomma: è stato un clamoroso eno-autogol.

Barolo e Barbaresco, infatti, che di certo non si producono nel territorio astigiano, non hanno bisogno degli improvvidi spot del Sindaco di Asti. Si presentano bene da soli. E con crescente successo, da più di 30 anni.

Chi, invece, avrebbe avuto bisogno di citazioni valorizzanti sono proprio i vini che si producono nell’Astigiano, a cominciare dalla Barbera per continuare con Grignolino, Dolcetto, Cortese.

E che dire dei grandi vini che si producono nella provincia di Asti, come il Freisa, la Malvasia, il Ruchè e il grande Moscato che dà origine a vini come l’Asti (dolce e secco) e il Moscato d’Asti, celebrati proprio ad Asti nel concerto di Capodanno e già dimenticati dal Sindaco?

A onor del vero il Sindaco cita l’Asti Spumante, senza citarlo, parlando genericamente di un vino che porta il nome di Asti in giro per il mondo “in 90 milioni di pezzi”. Quale vino? Si può dire? E che significa pezzi? Bottiglie? Botti? Vasetti?

In sintesi: il peggio del peggio per il Sindaco di una città che dice di avere il vino come stella polare della propria economia.

Insomma: è stata persa un’occasione per tacere e non fare brutte figure davanti a chi, per davvero, valorizza il proprio vino e il proprio Palio.

Con viva cordialità


Angela Quaglia
consigliere comunale CambiAMO Asti


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