Cronaca

Arrestati due imprenditori cinesi per sfruttamento di mano d'opera a Beinette

Scritto da Redazione Lunedì, 21 Ott 2019 - 0 Commenti

La ditta in questione, infatti, oltre al ristorante cinese, gestiva anche un hotel successivamente adibito a CAS - Centro Accoglienza Straordinario - dove venivano alloggiati i migranti sbarcati in Italia e gestiti dalla Prefettura nell’ambito del piano nazionale, ora chiuso.

Un’indagine recentemente conclusa dal Nucleo Carabinieri operante presso l’Ispettorato Territoriale del Lavoro di Cuneo ha portato all’arresto di due persone per sfruttamento di manodopera. 

L’attività d’indagine, coordinata dal Procuratore Capo di Cuneo, Dott. Onelio Dodero, si è consolidata con l’emissione di una misura cautelare a carico di due cittadini di origini cinesi, marito e moglie di 44 e 43 anni; lei titolare di un hotel/ristorante sito a Beinette (CN) e lui il suo coadiuvante.

Entrambi sono ritenuti responsabili di sfruttamento di manodopera continuata ed in concorso tra loro, reato previsto dall’art. 603-bis del codice penale, più comunemente noto con il termine di “caporalato” relativo al fenomeno dell’intermediazione e dello sfruttamento attuato dal cosiddetto caporale, in particolare in agricoltura. L’ambito di interesse dell’indagine non è tuttavia stato quello classico dell’agricoltura bensì quello della ristorazione e dell’ospitalità.

La ditta in questione, infatti, oltre al ristorante cinese, gestiva anche un hotel successivamente adibito a CAS (Centro Accoglienza Straordinario) dove venivano alloggiati i migranti sbarcati in Italia e gestiti dalla Prefettura nell’ambito del piano nazionale.

Dagli accertamenti è emerso che oltre a tale CAS, la ditta ne aveva gestiti altri due: uno a Montoso, frazione di Bagnolo Piemonte (CN) ed uno a Robilante (CN), entrambi chiusi per questioni di natura economica non legate agli accertamenti svolti.

Era proprio tra gli ospiti del CAS di Beinette che gli arrestati attingevano manodopera da sfruttare.

In particolare, l’indagine, iniziata nella scorsa primavera, ha permesso agli inquirenti di accertare che tra il mese di settembre del 2017 e l’aprile del 2019, gli indagati avevano sfruttato 5 rifugiati di origine africana, costringendoli a lavorare su turni di 11-12 ore al giorno, sette giorni su sette, senza alcun riposo settimanale, senza riposo giornaliero, tantomeno ferie.

I più fortunati potevano formalmente disporre di un contratto di lavoro part time di 20 ore settimanali, con una retribuzione di circa 200 € al mese che veniva corrisposta solo a seguito delle insistenti richieste dei lavoratori stessi.

È altresì emerso che quando uno dei lavoratori occupati in nero provava a ribellarsi chiedendo di essere regolarizzato e di avere una paga adeguata, questo veniva licenziato perdendo la possibilità di lavorare. Non venivano neanche rispettate le norme basilari di sicurezza sul lavoro, tantomeno quelle igieniche riferite alla sistemazione alloggiativa: questo è quanto gli ispettori dell’ASL CN1 - interessati dai Carabinieri - hanno potuto accertare a seguito dell’ispezione eseguita presso l’azienda, documentando il degrado della situazione alloggiativa, della gestione della cucina e delle scorte alimentari conservate nei congelatori.

Dalle indagini è emersa anche una circostanza particolarmente allarmante in relazione alle possibili conseguenze: in particolare la ditta, almeno in una occasione, ha coperto un infortunio sul lavoro provvedendo a medicare il malcapitato con rimedi casalinghi, senza cioè ricorrere alle cure sanitarie, per non fare attivare eventuali controlli conseguenti che avrebbero permesso di fare luce sulle violazioni in atto.

Le risultanze investigative raccolte dai Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro sia con le testimonianze raccolte dai lavoratori, che nel corso delle perquisizioni eseguite e mediante l’analisi della documentazione aziendale acquisita, hanno fatto emergere un complessivo quadro di sfruttamento del lavoro aggravato dallo stato di bisogno dei lavoratori che - stante la loro posizione di rifugiati, tutti in attesa di asilo e privi di mezzi di sostentamento – erano nella condizione di dovere sostanzialmente accettare qualunque condizione pur di lavorare.

La Procura di Cuneo, alla luce delle risultanze acquisite, ha richiesto al GIP del Tribunale di Cuneo l’adozione di provvedimenti cautelari a carico degli indagati. Il GIP, concordando con il quadro investigativo prodotto, ha emesso la misura di applicazione dell’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari a carico dei due coniugi.

I provvedimenti sono stati eseguiti nello scorso mese di luglio dai Carabinieri del NIL, supportati nella fase esecutiva dai militari dell’Arma territoriale del Comando Compagnia Carabinieri di Cuneo. A distanza di circa tre mesi dalla loro esecuzione, il GIP ha revocato le misure cautelari ad entrambi gli indagati.

L’illecita attività di sfruttamento oggetto dell’indagine ha comportato che gli indagati realizzassero anche un’evasione tributaria e previdenziale quantificabile, secondo i dati emersi, in oltre 190.000 euro; cifra che, costituendo profitto del reato, è stata sottoposta a sequestro preventivo con ordinanza emessa dal GIP di Cuneo su richiesta del PM ed eseguita dai Carabinieri del NIL, vincolando tra l’altro un immobile sito a Savona ed intestato agli arrestati.

Per quanto riguarda le accertate violazioni in materia di lavoro, verranno contestate sanzioni ancora da quantificare con precisione ma ammontanti a diverse migliaia di euro, mentre risulta già accertata l’omissione dei versamenti contributivi per un importo di oltre 52.000 euro